Il saxofono nello spazio

Slyde

Il saxofono è stato il primo strumento musicale della storia a essere suonato nello spazio.

Questo è un estratto dell’articolo scritto nel 1986 per la rivista NASA - North American Saxophone Association..
Di Kurt Heisig — 1986

Per più di due anni ho aspettato prima di raccontare questa storia sull’astronauta Ron E. McNair e sul suo contributo alla storia del saxofono.

Nell’agosto del 1983 ricevetti una telefonata da un uomo che voleva sapere quale fosse la differenza tra un sax soprano diritto e uno curvo. La conversazione fu piacevole, ma non avrei mai immaginato che quella telefonata fosse l’inizio di una grande avventura.
Qualche tempo dopo mi richiamò. Stava ancora cercando di decidere quale soprano scegliere. Alla fine preferiva quello curvo e mi chiese addirittura di noleggiargliene uno.
Gli chiesi perché ne avesse bisogno. Dopo un momento di silenzio mi disse:
«Vede, sono un astronauta e vorrei portarlo con me sullo Space Shuttle.»
Era davvero un astronauta. E così lo aiutai a noleggiare un sax.
Ron era principalmente un tenorista, ma per il suo primo volo aveva bisogno di un soprano: era l’unico che potesse entrare nel vano destinato agli effetti personali degli astronauti. Il soprano diritto in Si♭ era infatti troppo lungo di circa tre centimetri e mezzo.
Aveva soltanto pochi mesi per imparare a suonarlo. Io lo aiutai soprattutto per telefono. Lui aveva un dottorato in fisica e io avevo fatto ricerca in acustica: non era poi un’idea così assurda.
A qualsiasi ora poteva squillare il telefono e sentivo la sua voce:
«Hey, Koit!»
Poi ci mettevamo subito al lavoro.
Non potevamo fare pubblicità alla cosa: Ron non aveva ancora ottenuto l’autorizzazione ufficiale a portare il sax nello spazio. Quando mi chiamava durante le lezioni, facevo ascoltare i miei studenti, dicendo soltanto che stavano assistendo a qualcosa che avrebbe potuto diventare un pezzo di storia del saxofono.

Prepararsi a suonare nello spazio

Uno dei primi problemi era la bassa pressione atmosferica all’interno dello Shuttle. Chi ha suonato in alta quota sa bene quanto possa cambiare la risposta di un’ancia.
Ron si allenò quindi con ance sempre più dure, fino ad arrivare alle Vandoren n. 5, usando esercizi specifici per sviluppare controllo e quantità d’aria. In pochissimo tempo riuscì a gestirle con grande naturalezza.
Fu una fortuna: durante il volo la pressione della cabina venne effettivamente mantenuta relativamente bassa e Ron riuscì a suonare anche con quelle ance.
Era straordinario lavorare con lui a distanza. Gli spiegavo un problema tecnico e lui tornava ad allenarsi nel poco tempo libero che un astronauta ha a disposizione. Imparava con una rapidità impressionante.
Alla fine arrivò la notizia: Ron avrebbe potuto portare il sax a bordo del Challenger.
Lo Space Shuttle Challenger decollò dalla Florida il 2 febbraio 1984. Durante tutta la missione aspettai di sentire la notizia che Ron avesse finalmente suonato il sax nello spazio. Ma non arrivava nulla.
Lo Shuttle rientrò a terra l’11 febbraio. Circa una settimana dopo scrissi a Ron chiedendogli:
«Sei riuscito a portarlo? L’hai suonato? Com’è andata?»
Quando finalmente riuscimmo a parlare, mi disse che sì, aveva suonato il sax nello spazio.
Per qualche ragione, però, sulla missione c’era stato un vero e proprio silenzio stampa. In seguito comparvero alcuni articoli scientifici e la NASA diffuse una fotografia di Ron mentre suonava il saxofono fluttuando nella cabina.
Ron mi mandò alcune fotografie e mi spiegò che il progetto non era ancora concluso. Non gli bastava avere una foto di un sax nello spazio: voleva che il mondo potesse ascoltare un sax suonato nello spazio.

Il sax in assenza di gravità

Parlammo anche dei problemi tecnici che aveva incontrato.
Il suono, sorprendentemente, era normale. Ma l’assenza di gravità creava difficoltà particolari.
Quando si suona uno strumento a fiato, la condensa normalmente scende verso il basso. In assenza di gravità, però, non esiste un “basso”. Dopo una quindicina di minuti l’acqua iniziava a raccogliersi in piccole sfere che potevano finire nei fori dello strumento, producendo un caratteristico suono gorgogliante.
Ron lo chiamò “bubble effect”, l’effetto bolla.
C’era poi il problema delle pasticche dei tamponi. L’aria dello Shuttle era estremamente filtrata e secca. Quando Ron tirava fuori il sax dalla confezione di plastica, funzionava perfettamente; lasciandolo all’aria, invece, cominciava a suonare male. Dopo circa quindici minuti di utilizzo tornava a funzionare normalmente.
Ron era convinto che fosse proprio la secchezza dell’aria a influire sui tamponi.
Quando venne a trovarmi nell’aprile del 1984, controllai personalmente lo strumento: era in perfette condizioni. Gli dissi che ero sorpreso che avesse resistito alle enormi vibrazioni del lancio.
Gli si illuminarono gli occhi. Cominciò a raccontare con entusiasmo quel viaggio, spiegando che la potenza e le vibrazioni dello Shuttle erano state qualcosa di incredibile.
Eravamo tutti emozionati: il primo strumento musicale suonato nello spazio era stato un saxofono.
Ma eravamo anche frustrati. Ron era riuscito a registrare una cassetta durante la missione, ma per un incidente la registrazione era stata cancellata.
Così cominciammo a pensare alla prossima volta.

La seconda missione

All’inizio di gennaio del 1986 Ron mi telefonò di nuovo.
Sarebbe tornato nello spazio, ma non era affatto certo che gli avrebbero permesso di portare con sé il sax. Mi chiese soltanto di mandargli altre Vandoren n. 5.
Durante la prima missione aveva suonato un medley di tre brani e voleva finalmente riuscire a far ascoltare al mondo un’esecuzione dal vivo dallo spazio.
Cercammo diverse idee per ottenere il permesso: un progetto educativo, Happy Birthday per il Presidente, e altre possibilità. Poi Ron trovò una soluzione che sembrava promettente.
Una settimana dopo mi telefonò dalla quarantena:
«Hey, Koit!»
Si allenava diverse ore al giorno. C’era finalmente una possibilità concreta di portare il sax a bordo.
Il Texas stava celebrando il suo 150º anniversario e la NASA aveva un ruolo importante nelle celebrazioni di Houston. Il compositore Jean-Michel Jarre stava preparando della musica e Ron mi telefonò per chiedermi alcuni consigli. Lui era un jazzista e si trattava di interpretare al telefono della musica completamente nuova.
Sembrava davvero che, questa volta, il saxofono sarebbe stato ascoltato dallo spazio.
Continuammo a studiare anche i problemi dell’assenza di gravità e dell’aria secca. Per il problema delle “bolle” pensammo a un sistema per espellere periodicamente l’acqua accumulata all’interno dello strumento. Per i tamponi, Ron avrebbe potuto ricreare artificialmente un ambiente più umido usando la confezione di plastica.

Tutto sembrava pronto.

Poi arrivò il 28 gennaio 1986.

Quel giorno non vidi il lancio in televisione perché avevo l’influenza. Alcune persone cercarono di telefonarmi. Quando finalmente una riuscì a raggiungermi, mi chiese:
«Hai sentito cosa è successo allo Shuttle?»
In un primo momento, febbricitante, pensai che ci fosse stato un altro rinvio.
Poi arrivò la notizia della tragedia.

Il Challenger era esploso poco dopo il decollo e Ron McNair era morto insieme agli altri membri dell’equipaggio.
Da allora ho ripensato spesso a tutto il tempo trascorso con Ron, al suo entusiasmo contagioso. A volte mi aspetto ancora che il telefono squilli e di sentire la sua voce:
«Hey, Koit!»
Ricordo soprattutto quanto desiderasse condividere con il mondo quel momento: un saxofono, dal vivo, nello spazio.
Dopo la tragedia chiesi alla NASA se il sax fosse stato effettivamente a bordo. Una segretaria mi disse di no, anche se altre fonti indicavano il contrario. Ron era partito con le registrazioni di Grover Washington Jr., per rilassarsi durante la missione, e con la speranza di poter finalmente suonare il proprio saxofono perché il mondo lo ascoltasse.

Ronald McNair era una persona straordinaria: fisico rispettato, astronauta della NASA e appassionato saxofonista.
La tragedia del 28 gennaio 1986 non sarà presto dimenticata. Ma tra gli uomini che quel giorno partirono sul Challenger ce n’era uno che merita di essere ricordato anche dai musicisti, e soprattutto dai saxofonisti.
Perché nella sua precedente missione nello spazio, Ronald McNair era diventato il primo uomo a suonare uno strumento musicale nello spazio.

E quello strumento era un saxofono.